martedì 14 ottobre 2014

Leggiamo insieme un brano da "Ragazzi di vita" (1955) di Pierpaolo Pasolini

Brano tratto da Ragazzi di vita di Pierpoaolo Pasolini 1955 ed. Garzanti
tratto da https://it-it.facebook.com/permalink.php?story_fbid=628353027228734&id=426586150738757&fref=nf

Sullo spiazzo di terra battuta sotto il Monte di Splendore, una gobba di due o tre metri che toglieva alla vista Monteverde e il Ferrobedò, e, all’orizzonte, la linea del mare, quando i ragazzini s’erano ormai stufati di giocare, un sabato, alcuni giovanotti più anziani si misero sotto la porta col pallone tra i piedi. Formarono un cerchio e cominciarono a fare del palleggio, colpendo la palla col collo del piede, in modo da farla scorrere raso terra, senza effetto, con dei bei colpetti secchi. Dopo un po’ erano tutti bagnati di sudore, ma non si volevano togliere le giacche della festa o i maglioni di lana azzurra con le strisce nere o gialle, a causa dell’aria tutta casuale e scherzosa con cui s’erano messi a giocare. Ma siccome i ragazzini che stavano lí intorno avrebbero forse potuto pensare che facevano i fanatici a giocare sotto quel sole, cosí vestiti, ridevano e si sfottevano, in modo però da togliere qualsiasi voglia di scherzare agli altri.
Tra i passaggi e gli stop si facevano due chiacchiere.
– Ammazzete quanto sei moscio oggi, Alvà! 
– gridò un moro, coi capelli infracicati di brillantina.
– ’E donne, 
– disse poi, facendo una rovesciata.
– Vaffan..., 
– gli rispose Alvaro, con la sua faccia piena d’ossa, che pareva tutta ammaccata, e un capoccione che se un pidocchio ci avesse voluto fare un giro intorno sarebbe morto di vecchiaia.
Cercò di fare una finezza colpendo il pallone di tacco, ma fece un liscio, e il pallone rotolò lontano verso il Riccetto e gli altri che se ne stavano sbragati sull’erba zozza.
Agnolo il roscetto si alzò e senza fretta rilanciò il pal- lone verso i giovanotti.
– Mica se vole sprecà, sa’, 
– gridò Rocco riferendosi a Alvaro, 
– stasera ce stanno da incollà li quintali.
– Vanno a tubbature, 
– disse Agnolo agli altri.
In quel momento suonarono al Ferrobedò e alle altre fabbriche lontane, giù verso Testaccio, il Porto, San Paolo, le sirene delle tre. Il Riccetto e Marcello si alzarono e senza dir niente a nessuno se ne andarono giù per via Ozanam, e locchi locchi, sotto il solleone, se la fecero a fette fino al Ponte Bianco, per attaccarsi al 13 o al 28. Avevano cominciato col Ferrobedò, avevano continuato con gli Americani, e adesso andavano a cicche. 
È vero che il Riccetto per un po’ di tempo aveva lavorato: era stato preso a fare il pischello al servizio delle camionette da uno di Monteverde Nuovo. Ma poi aveva rubato al padrone mezzo sacco, e quello l’aveva mandato a spasso. Cosí passavano i pomeriggi a far niente, a Donna Olimpia, sul Monte di Casadio, con gli altri ragazzi che giocavano nella piccola gobba ingiallita al sole, e più tardi con le donne che venivano a distenderci i panni sull’erba bruciata. Oppure andavano a giocare al pallone lí sullo spiazzo tra i Grattacieli e il Monte di Splendore, tra centinaia di maschi che giocavano sui cortiletti invasi dal sole, sui prati secchi, per via Ozanam o via Donna Olimpia, davanti alle scuole elementari Franceschi piene di sfollati e di sfrattati.

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